La Relazione Terapeutica

Chiunque svolga un lavoro di tipo psicologico, che concerne quindi la presa in carico e l’elaborazione della dimensione interpersonale, deve possedere

LE CAPACITA’ RELAZIONALI.

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Mi piace parlare di “capacità” psicologica e non di “abilità”.

Perché?

Etimologicamente, la parola “capacità” deriva dal latino capacitas, che deriva a sua volta da capax, che significa capace, atto a contenere. Anche in italiano, la parola capace indica contenimento, per esempio un recipiente ampio, si definisce capace[1]. Il termine “abilità” deriva dal latino habilis, che vuol dire maneggevole, flessibile, cedevole. L’abilità riguarda dunque la manipolazione.

Ecco spiegato perché mi piace la parola capacità e mi piace, perché mi risuona dentro.

Ho avuto la fortuna di avere per madre un buon contenitore materno, quella che Winnicott definirebbe una madre sufficientemente buona o quella che Bion definirebbe una madre con una buona capacità di rêverie (tutti concetti che andremo ad esplicitare nei prossimi articoli, se vorrete seguirmi in questo viaggio!), quindi mi reputo fortunata, perché questo mi ha favorito nella mia vita personale ed interpersonale, nel mio ruolo di madre di 4 figli, di moglie e nella mia vita professionale.

Il contenimento è una tecnica che si può apprendere, ma io reputo che ci sia all’interno di essa una componente necessariamente innata.

Quindi, ritornando alla terminologia di cui sopra, la capacità implica una funzione di contenimento, mentre l’abilità implica una funzione di manipolazione, per cui tali concetti rappresentano

due modalità diverse di approcciare e di entrare in relazione con l’altro,

per cui usare un termine piuttosto che l’altro, ci dice molto di come ci poniamo di fronte al paziente[2] e di che tipo di lavoro psicologico svolgiamo.

Il lavoro psicologico si esprime all’interno della relazione tra due soggetti (due persone, due gruppi, una persona e un gruppo …);

la dimensione relazionale assume un ruolo cruciale

e gli strumenti primari dello psicoterapeuta all’interno di questa relazione sono la sua stessa mente, il suo cuore e la sua pancia. Lo psicoterapeuta deve portare tutto sé stesso, usando i suoi occhi, i suoi movimenti, i suoi sentimenti per entrare in contatto profondo, in relazione (scusate se mi ripeto, non adoro questa parola!) con chi è in stanza con lui. E in questa stanza, in compagnia dello psicoterapeuta, non c’è solo il paziente, ma fantasmaticamente sono presenti tutte quelle persone che appartengono ai ricordi del paziente, alle storie che egli stesso racconta. E in qualche modo questo racconto attiverà i vissuti del terapeuta e il ricordo di persone a lui care. Gli attori principali sono due, il paziente e lo psicoterapeuta, ma il palcoscenico della psicoterapia si arricchisce di attori non protagonisti e di comparse, di storie e di luoghi.

Lo psicoterapeuta lavora all’interno dell’intersoggettività: prova dei sentimenti nei confronti del paziente e questi a sua volta fornisce risposte emotive.

All’interno del setting terapeutico condivido con il mio paziente ed in ogni momento emozioni, affetti, sentimenti, difficoltà, conflitti, perdite …
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Quindi, siccome lo psicoterapeuta porta tutto sé stesso, occorre che sia il più possibile equilibrato, consapevole dei propri problemi, possibilmente averli risolti, aver acquisito una buona capacità introspettiva e di interrogazione di sé, in ultima analisi lo psicologo deve essere il più possibile sano e, quindi, consapevole delle sue parti malate. Ciò serve a proteggere il paziente da proiezioni dello psicologo, ovvero dal rischio di sentirsi attribuire pensieri, sentimenti e fantasie, che appartengono al professionista. E serve a proteggere la salute dello psicologo stesso, specialmente se si occupa di persone in stato di sofferenza acuta, destrutturate o profondamente patologiche.

In una relazione terapeutica, la patologia del paziente è anche la mia patologia in quanto psicoterapeuta e in quanto all’interno di una relazione: in altre parole, il problema di un soggetto all’interno di una relazione, implica che ci sia qualcosa che non va all’interno della relazione stessa. A questo proposito, Irvin Yalom consiglia di sfruttare la seduta per capire cosa succede tra il terapeuta e il paziente, perchè aiuta a capire cosa succede tra il paziente e il suo mondo.

Vorrei terminare questo articolo con una frase tratta da “Parla, mia paura” di Simona Vinci:

“Scoprii che gli esseri umani

possono incontrarsi anche se

non si conoscono, che fidarsi e

affidarsi è quasi sempre l’unica

cosa sensata da fare”


[1] Vocabolario Treccani. https://www.treccani.it/vocabolario/capacita/

[2] Scelgo di usare il termine paziente e non cliente, perché il paziente è il soggetto di cui lo psicoterapeuta si prende cura, mentre il cliente è l’acquirente, ovvero colui che acquista un prodotto o un servizio a fronte di un corrispettivo.

Bibliografia

Andolfi M. (2021), Il dono della verità, Raffaello Cortina Editore, Milano.

Blandino G. (1996), Le capacità relazionali, UTET, Torino.

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